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Tra sacro e vita contadina: il presepe come narrazione etnografica
Il presepe custodito nel Museo della Civiltà Contadina e delle Tradizioni Popolari di Motta Montecorvino non è soltanto una rappresentazione della Natività, ma un vero e proprio racconto visivo della vita quotidiana rurale del paese. Realizzato a più mani da artigiani locali tra la prima metà del Novecento e gli anni Quaranta, con statuine in cartapesta, creta e legno, l’allestimento restituisce un paesaggio umano e sociale in cui il sacro e il lavoro si intrecciano in modo naturale.
Accanto al nucleo religioso della Natività si sviluppa un articolato scenario di attività rurali che documentano mestieri, gesti e consuetudini oggi scomparsi. La scena non descrive soltanto un evento sacro, ma ricostruisce un sistema di vita: l’aratura e la semina, la pastorizia, il trasporto dell’acqua, la raccolta della legna, la lavorazione del pane nella madia, fino al mulino dove il grano si trasforma in farina.
Particolarmente emblematiche sono le figure della donna con il barile, dell’uomo con il fascio di legna e della massaia che impasta, che sintetizzano i ruoli domestici e stagionali della comunità contadina, evocando fatica, equilibrio, organizzazione familiare e autosufficienza. Anche gli elementi scenografici – le casette illuminate dal focolare, l’ulivo simbolo della conservazione, il paesaggio montano con neve e vegetazione appenninica – contribuiscono a restituire un ambiente riconoscibile e profondamente radicato nel territorio.
Il presepe diventa così memoria e strumento di lettura della vita di paese, capace di trasformare la rappresentazione religiosa in narrazione etnografica.
In questa composizione, il sacro non è separato dalla quotidianità: la Natività si inserisce nella trama della vita rurale, suggerendo come nella cultura contadina il tempo religioso e quello del lavoro coincidessero in un unico paesaggio di gesti, mestieri e memoria condivisa.
Nel 2010 l’opera ha ottenuto il terzo premio alla Mostra-Concorso “Natale in casa Daunia”, per il suo valore di manufatto collettivo che costituisce il cuore identitario del Museo, nonché per il suo rappresentare un dispositivo educativo per l’intero territorio gravitante attorno alla Torre medievale di Montecorvino.
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La donna col barile: la fatica dell'acqua
L’immagine rimanda a una pratica quotidiana della vita contadina, quando l’acqua non era disponibile nelle abitazioni e doveva essere prelevata alla fontana o al pozzo per gli usi domestici: cucinare, bere, lavare.
Il carico, sostenuto in equilibrio sul capo, protetto da un panno piegato a triangolo e attorcigliato a mo’ di tarallo, a sparë, restituisce la fatica del gesto e l’abilità necessaria a compierlo, testimonianza di un lavoro silenzioso e ripetuto che scandiva la vita quotidiana e il funzionamento della casa.
La statuina presepiale, fatta a mano da Salvatore D’Andrea, già anziano, è colta nel gesto del trasporto dell’acqua, in tutto il suo realismo: schiena dritta e abito con l’immancabile grembiule, u zënalë, multifunzione. Sue sono anche altre due figure, sempre in legno: uomo con fascio di legna e madia con donna.
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L’uomo col fascio di legna: dal bosco al focolare
Tra le figure del presepe si distingue l’uomo con un fascio di legna appoggiato sulla spalla, u fascë dë lénë, colto nel gesto del camminare, che rimanda alle strade lungo il Tratturo di Motta. Il volto ligneo esprime dignità, nonostante il vestiario semplice e il cappello consumato.
L’immagine rimanda a una pratica contadina: la raccolta della legna nel bosco del vicino Monte Sambuco, autorizzata e regolata, e il successivo accatastamento come scorta per affrontare la stagione invernale.
IL manufatto restituisce la fatica fisica e la continuità del lavoro, legato alla sopravvivenza domestica: accendere il fuoco, cucinare, riscaldarsi, ricordando inoltre come nella civiltà contadina del Sub-Appennino Dauno, fino alla prima metà del secolo scorso, molte delle attività maschili fossero dedicate, nei mesi invernali, alla cura della casa e alla preparazione delle risorse necessarie alla quotidianità.
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Il Re Magio: tra fede e leggende
La statuina del Re Magio introduce una presenza, legata alla dimensione del sacro e della tradizione religiosa popolare. Inserita nella scenografia contadina, mostra come il dato evangelico entri con naturalezza nella vita quotidiana del paese.
Alla stregua degli altri due sapienti, la figura colpisce per il mantello color porpora, elemento cromatico che richiama l’immaginario di terre lontane e favolose, appartenenti alla tradizione narrativa locale, fondata sulla trasmissione orale di racconti popolari, i cuntë.
La postura suggerisce, invece, il movimento del viaggio, evocando il cammino dei tre Saggi e il gesto di chi segue un segno, guidato dalla fede.
I tre manufatti, in cartapesta, furono realizzati da Carmine De Cillis.
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Agricoltura
La sezione Agricoltura è il nucleo della civiltà contadina.
Il racconto inizia con l’antico aratro ligneo dell’Ottocento, separato dagli altri attrezzi per il suo valore di testimonianza storica primaria, quindi prosegue con quelli in ferro, segno di una lenta modernizzazione delle tecniche agricole.
Sospeso al soffitto da fili invisibili, un poderoso giogo, u juovë, in legno con elementi in metallo, domina lo spazio espositivo, suggerendo vitalità. Sollevato da terra, restituisce il passo forte e cadenzato dei buoi, il solco tracciato dall’aratro e i movimenti delle mani dell’uomo, che impugnano l’attrezzo e orientano gli animali.
Un muretto a secco, costruito da Francesco Lepore, classe 1938, diventa simbolicamente il margine visivo del campo arato, rimandando anche alla sua funzione pratica di confine. Sulle pietre sovrapposte sono appoggiati gli strumenti della semina e della mietitura, quasi in attesa di essere usati: il sacchetto triangolare della semenza da spargere a mano, u sumëntatùr, le falci, i faucë, con la lama ricurva, i cannelli, i canniéll, per la protezione delle mani.
Sul pavimento, si possono osservare i manufatti della trebbiatura: a ramér, con la parte superiore in legno e la base in ferro bucherellata, che staccava la spiga dallo stelo, e la pesante macina in pietra scalpellata, u tùf, trascinata dagli animali sull’aia in giri continui sopra le spighe, per il distacco dei chicchi.
I crivelli per il frumento, i cërnëtùr, dalla cornice in legno e fondo metallico, di cui uno appeso con le corde a tre pali, legati al vertice, riportano alla fase della pulitura del raccolto attraverso la setacciatura, che separava il grano dalla pula, dopo la ventilazione con la pala. In una fotografia, un giovane Giovanni Barbato, classe 1954, dimostra il movimento impresso all’attrezzo.
Sulla parete opposta, sono esposti zappe e bidenti, strumenti quotidiani e indispensabili per smuovere il terreno e liberarlo dalle erbacce; la varietà di forme testimonia l’adattamento ai diversi tipi di suolo e coltura.
Due singolari attrezzi rurali, i spërtùn, realizzati artigianalmente, attirano l’attenzione. Sono costituiti da due traverse di legno parallele, sulle quali s’innestano rami ricurvi di salice, trattenuti sulla sommità da uno più robusto. La loro funzione è attestata con una fotografia, dove si vede il coltivatore Michele Boccamazzo, classe 1924, procedere a piedi con questi manufatti, legati da una parte e dall’altra al basto del mulo; normalmente, essi erano usati per il trasporto dei covoni di grano verso l’aia.
Su un’altra parete, bilance, stadere e mezzetti ricordano che l’agricoltura era anche misura e scambio, per cui il grano, il mais o i legumi, una volta pesati e misurati, acquistavano valore economico.
Sulla parete frontale all’ingresso, al di sotto della prima insegna del Museo, un manifesto ne documenta l’inaugurazione, avvenuta nel 1990, con accanto un’istantanea del suo fondatore, Pasquale Gramegna, studioso di storia locale.
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Arti e mestieri
Il mondo pastorale ebbe grande attenzione già durante la fase di allestimento del Museo, sia per l’importanza che l’allevamento ovino ha avuto nell’economia locale sia per il passaggio delle greggi transumanti nel centro abitato, due volte l’anno, essendo Motta attraversata dal Regio Tratturo Lucera-Castel di Sangro.
Un vasto repertorio di manufatti, corredati da immagini e pannelli, testimoniano la secolare pratica della pastorizia, tra il Tavoliere e l’Abruzzo. Il paiolo appeso con il sistema dei tre pali legati al vertice e il banchetto a punta per la lavorazione del formaggio, dotato di un’apertura che permetteva il passaggio del siero, parlano della transumanza, così pure altri oggetti, quali fiscelle, i frusceèll, collari, campanacci, cucchiai, mestoli, bastoni intagliati, prodotti dallo stesso pastore durante le ore di pascolo delle pecore.
Sul pavimento sono poggiati tre magli, percussori efficaci per piantare i pali dello stazzo e su uno scanno, u scannël, una serie di flauti di canna e una tacca, formata da due sezioni combacianti con incisioni, corrispondenti ad una unità di misura del latte, concordata tra pastore e contadino.
Pannelli esplicativi definiscono il Tratturo, la larga via erbosa che collegava i pascoli invernali della Capitanata con quelli estivi dell’Appennino abruzzese-molisano.
Nel suo tracciato, attraversava anche il centro abitato di Motta Montecorvino, inserendolo in una rete di scambio culturale, attiva da secoli.
L’artigianato è rappresentato dal banco del falegname con seghe, pialla, martello e attrezzi per ogni specifico lavoro; dal banchetto del calzolaio con forme di legno, chiodi semenza, pezzi di cuoio e macchina per cucire; dai vari arnesi, in ferro, del fabbro; dagli strumenti per il taglio della legna: sega, segone, accetta, ascia, scure, roncola, mola con manovella per affilare le lame; dagli oggetti di salice intrecciati a mano: cestoni i cëstùn, ceste i cést, cestini i cëstill, e panieri i panàr, manufatti di uso quotidiano di un’arte antichissima, praticata dal contadino che conosceva il territorio.
Botti, tini, damigiane, pompe per il verderame e una pigiatrice in legno, a vinaròl, parlano della viticoltura domestica, limitata al fabbisogno familiare, ma è il torchio a imporsi come oggetto-simbolo del ciclo del vino, quando ormai l’uva è diventata vino, dopo un lungo percorso: vendemmia, pigiatura, fermentazione, pressatura e conservazione. La fotografia del contadino Pasquale Ferro, mentre aziona la vite del torchio, restituisce il gesto tecnico che l’oggetto, da solo, non può più esprimere.
Prima di uscire dal Museo, la lapide delle “Inique sanzioni”, oggetti delle due guerre mondiali e alcune istantanee di soldati caduti o dispersi accennano a una futura sezione storica, i cui documenti sono conservati nell’archivio del Museo.
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Casa contadina
Nel percorso del Museo, la casa contadina segue un criterio espositivo diverso dalle altre sezioni: non una semplice esposizione di oggetti, ma uno spazio ricostruito nella sua unità originaria.
In questo modo, il Museo restituisce l’organizzazione concreta della vita familiare con le sue relazioni e i gesti di ogni giorno, trasformati in storia collettiva, in cui la comunità si riconosce.
Preparazione del pane, cottura del cibo, riposo notturno, filatura, cucito, ricamo, allevamento dei pulcini e semplici lavori maschili venivano svolti lì dove, durante le serate invernali, ci si riuniva con parenti e vicini di casa intorno al focolare, per cuocere il cibo, per riscaldarsi e narrare storie.
Gli oggetti, nell’insieme, non sono in mostra, sembrano invece essere in attesa, pronti per essere usati:
la tinozza e la tavola per lavare, a strëculatòr, con il pezzo di sapone ottenuto con olio, grasso di maiale e potassa, per un bucato di piccole dimensioni; il cavalletto, u varrëllàr, con i barili per l’acqua nell’angolo vicino alla porta; la madia con gli utensili per la panificazione: cesti, supporto per setacciare la farina, u cèrnafarìn, setaccio, a sétë, marchio del pane, il tavoliere per cavatelli, orecchiette, lagane e struncucc; il camino con il paiolo appeso alla catenella per cuocere pancotto, verdura selvatica, polenta; il tegame di terracotta, a tièll, sul trepiedi; la pignata intorno al fuoco piena di fagioli o ceci; la buffetta; la piattaia, u scudëllàr, per appendere piatti e boccali in ceramica pugliese; lo scanno per sedersi vicino alla brace; la naca col neonato in fasce cullato dalla donna anziana della famiglia. Più in là, il girello di legno per i primi passi e i giochi, costruiti da un nonno o dal padre; il letto alto, sovrastato da un’immagine sacra, sotto il quale non era raro vedere galline razzolare; lo scaldaletto, il vaso da notte nella colonnetta e il bacile di ferro bianco, per lavarsi le mani e il viso.
Sospesa al soffitto, è presente una pertica, alla quale sono appesi ad asciugare salsicce, soppressate, pezze di formaggio di pecora, piennoli di pomodori rossi e gialli e mazzetti di erbe aromatiche.
Sul comò, spiccano la campana di vetro con un santo o con la Madonna dell’Incoronata di Foggia e le fotografie dei propri ascendenti.
Immancabile la cassa del corredo nuziale, dove conservare la biancheria: lenzuola, tovaglie e asciugamani con monogramma, che le ragazze sin da piccole imparavano a ricamare, come dote per il futuro matrimonio. Alla fine del percorso, sono esposti tre abiti femminili in pura seta, appartenuti a Maria Giuseppa Clemente, classe 1857, e a Maria Teresa Petitti, classe 1893. I tre capi, uno da passeggio e due da sposa con volant, balze e veletta, accessoriati di borsetta in tessuto e cappello, come pure due vesti battesimali con cuffiette, offrono una lettura storico-comparativa.
Il ritorno al criterio tipologico, per mancanza di ulteriore spazio, riguarda lo stipo con le ceramiche: vasetti per la composta di salsiccia sotto sugna e per la conserva di pomodoro, piatti e tazze.
Una collocazione, al momento marginale, è quella di due strumenti: un’antica macchina per cucire e una chitarra battente.
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I giochi dell’infanzia contadina: cerchio, fionda, mazz e pìuz, vréccël
Questi manufatti hanno costituito il divertimento dell’infanzia fino agli anni Sessanta e anche oltre, dato il protrarsi di usi tradizionali.
Realizzati con materiali poveri e spesso costruiti dagli stessi bambini o con l’aiuto dei familiari nel contesto di lavoro, in casa, nei campi, per strada, sono il risultato dell’ingegno e di ciò che offriva l’ambiente rurale.
Il Museo, conservandoli e valorizzandoli, li sottrae all’oblio, rendendo visibile ciò che è nascosto: relazioni, apprendimenti e modelli educativi. Attraverso di essi il bambino acquisiva abilità, mira, coordinazione e imitava il mondo degli adulti.
Il cerchio è costituito da una ruota metallica, che veniva fatta rotolare con un bastone lungo le strade sterrate del paese e consisteva nel percorrere la distanza maggiore, senza farlo cadere.
La fionda è composta da un robusto rametto a forma di Y, alle cui estremità sono fissate strisce di gomma, ricavate da materiali di recupero e collegate a una tasca centrale in cuoio, atta ad accogliere sassolini, ghiande, noccioli di frutto.
Mazz e pìuz. In italiano lippa, lo strumento è formato da due pezzi di legno, uno lungo 50-60 cm e l’altro 15 cm appuntito alle due estremità, soluzione che consentiva al bambino di sollevarlo in aria al primo colpo e quindi di colpirlo nuovamente, lanciandolo lontano.
Vréccël. Si tratta di cinque pietruzze, lisce e rotondeggianti, spesso raccolte alle fiumare di Motta. Il gioco era praticato dalle bambine e consisteva nel lanciare il sassolino principale e raccogliere gli altri uno per volta al primo giro, due al secondo e così via fino a prenderne quattro, tutti insieme.
Nell’immagine è presente anche la trottola, detta cùrl; è un oggetto scanalato di legno rotondo e appuntito, avvolto da un filo di spago per il lancio, di cui è conosciuta la funzione.
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Il barile: la riserva vitale
Lontano dall’essere un oggetto marginale il barile dell’acqua, nella tradizione contadina locale, ha rappresentato la necessità di assicurare un bene primario tra le mura domestiche.
È un contenitore cilindrico con doppio fondo, di artigianato non autoctono, realizzato con doghe di rovere tenute da cerchi in ferro. Alto a seconda della capacità e leggermente bombato al centro, veniva trasportato sul mulo o sul capo dalla donna. Un tappo di legno o sughero chiudeva l’imboccatura circolare dopo il riempimento tramite imbuto.
Collocato in un angolo della casa, il barile u varrìlë in dialetto, garantiva la sopravvivenza, in quanto strumento cardine dell’organizzazione familiare. Senza l’acqua nessuna azione quotidiana sarebbe stata possibile, ma per averla in casa bisognava recarsi ai pozzi, presenti nell’agro mottese, tra cui: Boviere, Humara, Pozzo Nuovo, affrontando fatiche e disagi costanti. Questo fino agli anni Trenta del Novecento.
Oggi, nel Museo, il barile racconta quelle fatiche e, nello stesso tempo, dialoga con il presente sul valore dell’acqua, quale bene prezioso.
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Il letto: il monumento all’esistenza
Nella casa contadina, dove cucina, lavoro e vita sociale convivevano nello stesso ambiente, il letto non era un arredo ma uno spazio sacro. Esso rappresentava un confine simbolico tra il giorno e la notte, tra il pubblico e il privato, tra la fatica e il riposo; per questo, non ci si poteva sedere, non si potevano appoggiare oggetti o indumenti. Era intoccabile.
La donna “di casa” imparava da piccola a rifare il letto, u liëtt, con precisione, disteso, con la coperta buona e i candidi teli ricamati sui cuscini, da togliere la sera.
Sempre in ordine e decoroso, il suo aspetto materiale nelle forme più antiche, era essenziale: assi di legno, poggiate su cavalletti in ferro e saccone di tela, riempito di foglie di granturco, che la mattina venivano rivoltate con una forcina attraverso un’apertura, per dare loro volume. Alto, senza testiera e pediera, il letto registrava la nascita e la morte, eventi estremi della vita.
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Il marchio del pane: un segno, una storia
Il marchio del pane, u bullë in dialetto, è un piccolo utensile domestico, lungo circa 15 centimetri, che richiama la tradizione di segnare il pane fatto in casa con un timbro che ne identificava la provenienza familiare, una volta portato al forno comune per la cottura.
L’oggetto, costituito da un manico cilindrico in legno e da una parte terminale in ferro, accoglie alla base di due astine saldate tra loro le iniziali del capofamiglia, che venivano impresse sull’impasto prima della cottura.
La sezione lignea era spesso realizzata dallo stesso contadino, utilizzando rami recuperati dalla potatura, spesso di ulivo, mentre la parte metallica era generalmente forgiata dal fabbro, a testimonianza della collaborazione tra saperi domestici e artigianali.
Collocato accanto alla madia, questo semplice arnese racchiude numerosi significati culturali: la panificazione era affidata alla donna, responsabile dell’intero ciclo del pane, mentre la proprietà veniva rappresentata dalle iniziali dell’uomo, impresse sulle forme appena capovolte sulla pala da forno. L’utensile poteva essere trasmesso per eredità; in quel caso, continuavano a valere le lettere dell’ascendente, rappresentante della casata più che della singola persona. Se la massaia non disponeva del marchio, segnava il pane col coltello, praticando tagli paralleli o incrociati.
Identità familiare, struttura patriarcale e regole di convivenza sociale sono i livelli culturali riconoscibili.
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La forca: sollevare, raccogliere
L’oggetto, costruito dagli artigiani locali o dallo stesso contadino nella parte legnosa, è formato da un manico in legno di cerro, lungo 130-140 cm e, nella parte terminale in ferro, da quattro denti appuntiti, leggermente arcuati e collegati da una fascia.
Usato per rimuovere foraggio, paglia e letame, al Museo a fòrk è inserita nel ciclo del grano per la sua assoluta necessità al tempo del raccolto, dopo che le spighe erano state mietute e trasformate in fasci, i règnë. Era in quel momento che alla falce subentrava la forca, come se fosse un’estensione delle braccia del contadino, contribuendo a sollevare i covoni, a caricarli sul carro diretto all’aia, a costruire i pagnoni, i pagnùn, a separare il grano dalla parte pagliosa, durante la trebbiatura. Il movimento di sollevare masse voluminose ma leggere, permetteva al coltivatore di ammucchiare molti altri prodotti agricoli: fave, ceci e cicerchie, quando le piante ormai secche erano pronte per essere raccolte.
Il Museo restituisce al manufatto i suoi significati più nascosti.
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La lapide delle “inique sanzioni”: un mistero svelato
È la storia della pietra di marmo bianco che il Gran Consiglio del Fascismo fece apporre sulle case comunali del Regno, a memoria delle "inique sanzioni", decretate dalla Società delle Nazioni nel 1935 contro l'Italia, per l'invasione dell'Etiopia. Dopo la caduta del Regime, quasi tutte le lapidi furono rimosse dai municipi e a Motta non se ne ebbe più notizia fino a quando si scoprì che era stata utilizzata al cimitero come base d’appoggio dei feretri, in attesa di sepoltura.
Il ritrovamento del reperto storico avvenne nel 2010, in seguito alle ricerche dei curatori del Museo, dopo averne sentito parlare da un anziano del paese, Antonio Clemente. L’allora sindaco, Pietro Calabrese, si adoperò per il recupero del pesante marmo e il suo trasferimento nei più consoni locali del Museo.
Alcune fotografie documentano la scoperta della lapide, svelata in occasione della Mostra storico-documentaria “I nostri 150 anni”, allestita nel 2011 per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia; mostra che ottenne la concessione del logo ufficiale delle celebrazioni, per la sua valenza culturale.
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La madia: il pane di casa
La madia, a fazzatorë nella parlata locale, contenitore ligneo anche nella realtà, è rappresentata come elemento centrale della vita domestica contadina, legata alla preparazione del pane, alimento quotidiano e fondamentale per la sussistenza della famiglia.
Nel Presepe, la composizione madia_donna che impasta suggerisce la consuetudine di preparare grandi forme di pane, generalmente con cadenza settimanale, secondo un rituale condiviso e profondamente radicato nella cultura rurale.
La pratica richiedeva forza nelle braccia e sapere antico nelle mani per mescolare farina, acqua e lievito naturale, a luatinë, passato di casa in casa in un gesto di reciprocità. I pani, disposti in cesti rivestiti con una mappina, venivano poi portati al forno pubblico per la cottura, momento collettivo che segnava il ritmo della vita del paese.
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La prima insegna del Museo: le radici di una comunità
Un pezzo di lamiera stagnata con una scritta a mano di colore verde, ormai arrugginita e screpolata dal tempo, nel 1990, segnalò a Motta Montecorvino la presenza del Museo della Civiltà contadina e delle Tradizioni popolari. Le lettere, tracciate con un pennello già usato da una mano non professionale ma determinata, raccontano la nascita di una istituzione culturale, dove gli oggetti sono stati raccolti come testimonianze di vita.
Incorporando il concetto di homo faber, uomo artefice dei propri manufatti, tipico della società rurale, la vecchia insegna dopo alcuni anni diventerà “cosa” da conservare, in quanto icona della stessa storia del Museo e della sua missione etica, così come espressa dal suo fondatore: custodire e raccontare la memoria di una comunità, attraverso gli oggetti della vita quotidiana.
Grazie al coinvolgimento delle persone anziane del paese, testimoni di un mondo ormai lontano, migliaia di oggetti “poveri”, resi obsoleti dall’avanzare della modernizzazione, furono consegnati al Museo per le nuove generazioni, che in questo luogo ritrovano le proprie radici.
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La suglia: cultura materiale e arte del fare
La suglia, in dialetto a suglië, è uno strumento di piccole dimensioni, rispetto alla forma del piede di ferro su cui venivano lavorate le scarpe, ed è uno degli oggetti simbolo dell’antico mestiere del calzolaio, oggi quasi del tutto scomparso.
Costituita da un’impugnatura in legno nella quale è inserita un’asticella metallica appuntita, la suglia serviva a forare il cuoio per permettere il passaggio dello spago, generalmente cosparso di pece, necessario ad assemblare suola e tomaia. Il gesto ripetuto del foro e della cucitura racconta un sapere manuale preciso, fondato su pazienza, forza e controllo.
Fino agli anni Sessanta il contadino indossava robuste scarpe di cuoio, rinforzate con chiodi a gambo corto dalla testa quadrangolare o rotonda, i cëntréllë. Calzature adatte al lavoro nei campi, in grado di garantire maggiore aderenza al terreno, ma rumorose e scivolose sulle lastre in pietra delle strade del paese.
La suglia non rappresenta un semplice arnese: è testimonianza di un tempo in cui il valore delle cose risiedeva nella loro durata, nella riparazione e nel riuso, e in cui i lavori artigianali garantivano autonomia alla comunità.
Il Museo conserva gli attrezzi appartenuti al calzolaio Carmine Capobianco, zi Carmënuccë classe 1917, che un giorno affidò in custodia il proprio banchetto con gli strumenti del mestiere, persino il simbolico grembiule di tela grossa di colore blu, a vandérë. Il gesto silenzioso con cui lo depose sulla sedia impagliata segnò la fine di una vita trascorsa a riparare e ricostruire.
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La tacca: la memoria dello scambio
L’oggetto è un semplice arnese realizzato in canna, utilizzato come sistema di registrazione della quantità di latte scambiata secondo la tradizione delle comunità rurali del territorio.
Presenta incisioni a forma di V, ottenute con due tagli convergenti, ciascuna delle quali rappresenta un’unità di misura relativa al bene dello scambio.
Questo strumento, in uso tra Ottocento e prima metà del Novecento, funzionava come una sorta di ricevuta materiale, una forma elementare ma efficace di contabilità quotidiana, nata dall’esigenza di mantenere traccia delle quantità consegnate o ricevute. In contesti in cui lo scambio avveniva spesso senza documentazione scritta per i livelli di scolarizzazione nulli o limitati alle sole classi prima e seconda, la tacca costituiva una garanzia condivisa tra le parti, utile a evitare equivoci e a conservare memoria degli accordi presi.
La sua semplicità costruttiva testimonia un ingegno pratico, tipico della civiltà contadina, capace di trasformare un piccolo elemento naturale in un sistema di contabilità, basato sulla fiducia, anticipando forme rudimentali di registrazione e di controllo delle transazioni all’interno della comunità.
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Lo scaldaletto: la brace sotto le lenzuola
All’interno del Museo, tra i tanti reperti significativi dell’ambiente unico della casa contadina, uno si fa notare non come oggetto in sé, ma per i saperi che incorpora: è lo scaldaletto, u scavëdaliéttë in dialetto.
Si tratta di un attrezzo di costruzione elementare, realizzato nell’ambiente domestico con pezzi di legno grezzo o di riciclo, senza obbedire a canoni estetici.
Al centro di quattro assi, orizzontali e parallele, erano inchiodate due tavolette rettangolari che in modo alterno fungevano da base, su cui veniva deposto un recipiente, in genere un piccolo vecchio tegame, con la brace del camino, ricoperta da uno strato di cenere, onde evitare che l’attrezzo bruciasse la biancheria o vi lasciasse aloni scuri.
Verso sera, mentre era intenta alla cottura del cibo sul fuoco, compito della donna era mettere nel letto questo manufatto che, oltre a trasferire il calore al materasso, toglieva l’umidità dalle gelide lenzuola antiche di cotone pesante.
Oggetto della cultura materiale, lo scaldaletto è portatore non solo di un “saper fare” femminile, bensì di un elemento immateriale tramandato attraverso le generazioni, che la comunità riconosce come prassi dell’identità culturale locale: il rituale di riscaldare prima il letto dei genitori anziani che, nella famiglia patriarcale erano le persone di maggior rispetto, poi quello dei bambini e quindi il letto coniugale.
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L’aratro del logo del Museo
L’aratro raffigurato nel logo del Museo della Civiltà Contadina di Motta Montecorvino, risalente alla metà dell’Ottocento è l’attrezzo più antico della collezione. Realizzato in legno massello, con vomere in ferro nella parte inferiore, si presenta pitturato con un colore rossiccio, forse per coprire i segni di usura, dovuti all’uso prolungato nel tempo.
La scelta di questo manufatto come emblema del Museo non fu casuale: non per la sua età secolare, ma perché simbolo del rapporto antichissimo tra uomo e terra, fondamento della civiltà contadina, in cui la comunità locale riconosce la propria cultura.
Lo strumento apparteneva a Giovanni De Matteis e prima di lui ai suoi antenati, che con questo aratro hanno inciso i terreni della contrada San Paolo in agro di Pietramontecorvino e di altri appezzamenti nel Comune Motta Montecorvino.
A questo aratro è legata anche la tradizione del solco votivo del 5 maggio, in onore della Madonna dell’Arco, rito comunitario in cui i giovani contadini si confrontavano nel tracciare il “solco dritto”, gesto che univa abilità agricola e devozione.
La decisione di donarlo al Museo della Civiltà Contadina di Motta ha permesso allo strumento di continuare a vivere come testimonianza della storia del territorio, del lavoro nei campi e della memoria degli antenati.
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L’aratro: tra materiale e immateriale
È l’oggetto più rappresentativo del Museo, in quanto icona dell’aratura, la lavorazione del terreno più praticata dal contadino di questo territorio.
Senza ripercorrere la sua storia, iniziata nel Neolitico, l’immagine è significativa per focalizzare il passaggio dall’aratro ligneo con punta metallica dell’Ottocento, inserito nel logo del Museo, a quello a corpo fisso vomere-versoio in ferro, che taglia e rivolta la zolla solo in una direzione.
L’attrezzo, il cui termine dialettale è a ratë cozzolina, tuttavia era poco idoneo ai terreni collinari della zona, a differenza del successivo più evoluto, con versoio voltaorecchio. La ruota, appesa ad un’asta, infilata nella parte anteriore della bure, si può abbassare o alzare con l’ausilio di una manovella e quindi ha la funzione di regolare la profondità dell’aratura.
Questo aratro era già utilizzato a Motta nei primi anni del Novecento, come riferito da Giuseppe Iuliani, classe 1946, e da Domenico Antonio Iavagnilio, classe 1948, per averlo sentito nominare dai propri genitori contadini. Michele Guerrieri, classe 1940, attesta di averlo visto da bambino nella bottega del padre, mastro ferraio, di cui ricorda il gesto mentre saldava una lamina di ferro sulla punta consumata dei vomeri da riparare.
Esso rappresenta il passaggio dal legno al metallo, una lavorazione più profonda e ordinata, un equilibrio tra innovazione tecnica e aratura tradizionale.
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Mezzi di trasporto
È una sezione importante del Museo, dove s’impone il traìno, u traìn, mezzo rurale a trazione animale, legato ai cicli produttivi del grano e delle altre colture tradizionali.
Il contadino, insieme con le merci e gli attrezzi vi trasportava l’intera famiglia dal paese alla masseria, data la diffusione della conduzione diretta su appezzamenti di terreno, sparsi in contrade diverse del frazionato agro comunale. In questo senso, il traìno rappresentava la dimensione comunitaria del lavoro agricolo, per cui nel silenzio museale, sebbene sia soffocato dalla inadeguatezza dell’ambiente, sembra voglia uscire dallo spazio espositivo, per trasportare nuovamente cose, voci, gesti, relazioni.
In legno di quercia, olmo o noce e ferro, il carro dalle grandi ruote ferrate con cerchioni, adatte a percorrere campi e strade fangose e piene di buchi, era opera di un articolato lavoro artigianale di falegnami e fabbri.
Questo traìno di fine Ottocento, importante per il suo valore storico, funzionale e simbolico ha determinato l’intitolazione della sezione al suo proprietario Giovanni De Matteis, classe 1912, che l’aveva ereditato dal padre Nicola, classe 1887, il cui nome è inciso sulle stanghe del mezzo, alle quali veniva aggiogato l’animale.
Insieme, sono stati donati anche tutta la dotazione rurale, recuperata dalla masseria San Paolo: arnesi e finimenti per animali e un elegante calesse, u sciarabbà, a due posti, appartenuto allo zio Pietro, classe 1890, medico nel bellunese. Il mezzo s’inserisce nella narrazione agricola, perché durante la Seconda guerra mondiale fu utilizzato come mezzo di trasporto di masserizie, quando la famiglia dovette sfollare in campagna, a causa dell’occupazione tedesca di Motta e dell’arrivo degli Anglo-Americani.
Nella sezione, trova posto anche la treggia, a traglië, un antico e rozzo mezzo di trasporto, appartenente alla fase del raccolto. Priva di ruote, scivolava come una slitta sulle stoppie collinari, per il trasporto dei covoni dal campo all’aia. Era formata da due elementi principali: due stanghe di quercia e un piano di carico, protetto anteriormente e lateralmente da tavole, con funzione di sponde.
Nell’angolo, un asino, u ciucc, in cartapesta con il basto, a vard, la grossa sella in legno, cuoio e cordame e la bisaccia, a vusazz, sulla groppa, è pronto ad allontanarsi dalla mangiatoia per andare lungo il tratturo.
Alle pareti sono esposti collari, briglie, catene, corde, ferri di cavallo; sul pavimento, la tosatrice per equini e i marchi a fuoco per segnare il bestiame.
Prima di accedere alla sezione successiva, attrezzi e arnesi per l’uccisione del maiale comunicano un altro fondamentale ciclo produttivo, in un’economia di sussistenza.
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Religiosità e rituali
Oltre al Presepe degli anni Quaranta, nella sezione Religiosità e rituali è presente una verga processionale, a vérëk, addobbata di fazzoletti colorati, che pur facendo parte del proprio corredo nuziale, una volta le donne di Motta offrivano alla Madonna dell’Arco, per una supplica o una grazia ricevuta. In una comunità agricola, dove la vita dipendeva dai cicli naturali, innalzare un’asta verso il cielo era un gesto di affidamento.
La tradizione secolare delle verghe che poi, l’indomani, ondeggiano anche davanti al Santo patrono Giovanni Battista durante la processione verso Monte Sambuco, a memoria del miracolo della pioggia del 1901, si rinnova il cinque maggio di ogni anno.
Dal punto di vista materiale, la verga è formata da un ramo di carpino, tagliato e scortecciato molto tempo prima delle due ricorrenze religiose Essa viene allestita secondo la tecnica antica delle fasce dei neonati che, man mano che vengono arrotolate intorno al fusto, trattengono il fazzoletto da un angolo. All’estremità superiore, un altro ramo più sottile, ornato di fiori di carta e lunghi nastri, viene incastrato nella parte terminale, per farne aumentare l’altezza, che con i suoi 11-12 m, sembra voler stabilire un legame tra terra e cielo. Carica di significati simbolici, la verga rimanda a riti arcaici legati alle celebrazioni del risveglio della natura, come attestato dagli studiosi in molte culture.
Nel Museo, Presepe e verga rappresentano due espressioni diverse della stessa religiosità popolare, familiare l’una e comunitaria l’altra, entrambe integrate nella struttura sociale rurale.
La troccola, in dialetto troccël, invece era legata ai riti della Settimana Santa, quando col suo suono secco e stridente annunciava, lungo le strade del paese, l’inizio delle funzioni liturgiche. L’oggetto suonava quando la tavoletta che lo costituisce veniva percossa da due pezzi di legno, fissati da una parte e dall’altra dell’impugnatura.
L’immagine di S. Antonio, il santo dei poveri e delle cose smarrite, presente in quasi tutte le case contadine sotto forma di quadro vicino al letto, comunica il rito dei fuochi che si accendevano la notte del 13 giugno e intorno ai quali si recitavano preghiere per ottenere protezione, con un linguaggio simbolico che univa fede cristiana e substrati rituali più antichi. Al Santo è legata anche l’usanza di vestire il bambino con il saio, da munachiëll, per una guarigione o uno scampato pericolo.
Lo spazio espositivo della sezione è completato da un tabernacolo, immagini sacre, santini, messali, formati ridotti della Bibbia e libretti di devozione.
## Skin ### Button Button_18126A3F_1663_8BEF_41A4_B0EDA1A5F4E3.label = BOOK NOW Button_0DECFFED_12FA_D26D_419B_F907711405D7_mobile.label = BOOK NOW Button_18126A3F_1663_8BEF_41A4_B0EDA1A5F4E3_mobile.label = BOOK NOW Button_33E0F47E_11C1_A20D_419F_BB809AD89259_mobile.label = CONTACT Button_1EBF3282_0C0A_1D6D_4190_52FC7F8C00A5.label = GALLERIA Button_0655B20E_1EE4_19FB_41B9_FF3BC057C55C.label = IL MUSEO Button_1CA392FC_0C0A_2295_41A3_18DEA65FB6AD.label = INFO Button_03D37B27_0C7A_63B3_41A1_89572D8C8762_mobile.label = INFO Button_1CA392FC_0C0A_2295_41A3_18DEA65FB6AD_mobile.label = LOCATION Button_1FDDCF4A_0C0A_23FD_417A_1C14E098FDFD_mobile.label = PANORAMAS Button_1EBF3282_0C0A_1D6D_4190_52FC7F8C00A5_mobile.label = PHOTOS Button_1FE4B611_0C0A_256F_418E_EA27E66F8360_mobile.label = PLAN Button_1FDDCF4A_0C0A_23FD_417A_1C14E098FDFD.label = SALE ### Image Image_04FF3C2C_1216_7593_41AF_91EA0BBCCE77.url = skin/Image_04FF3C2C_1216_7593_41AF_91EA0BBCCE77_it.jpg Image_04FF3C2C_1216_7593_41AF_91EA0BBCCE77_mobile.url = skin/Image_04FF3C2C_1216_7593_41AF_91EA0BBCCE77_mobile_it.jpg Image_0DEC8FEC_12FA_D26C_4162_7A2BAB1DA270.url = skin/Image_0DEC8FEC_12FA_D26C_4162_7A2BAB1DA270_it.png Image_0DEC8FEC_12FA_D26C_4162_7A2BAB1DA270_mobile.url = skin/Image_0DEC8FEC_12FA_D26C_4162_7A2BAB1DA270_mobile_it.jpg Image_9511127C_9B79_D2C1_41D8_D080B87BFD84.url = skin/Image_9511127C_9B79_D2C1_41D8_D080B87BFD84_it.png Image_9511127C_9B79_D2C1_41D8_D080B87BFD84_mobile.url = skin/Image_9511127C_9B79_D2C1_41D8_D080B87BFD84_mobile_it.png ### Label Label_14F82305_1BED_F1EE_41AD_7A6E6AD00A22_mobile.text = IPSUM DOLOR SIT Label_14FBC305_1BED_F1EE_41B3_DAC14B1EE44E_mobile.text = LOREM ### Multiline Text HTMLText_18127A3F_1663_8BEF_4175_B0DF8CE38BFE.html =
Indirizzo:
Piazza Aldo Moro


C.a.p. 71030


Contatti:
Telefono: 08811612268


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Il Museo della Civiltà contadina e delle Tradizioni popolari di Motta Montecorvino, attraverso la sua ricca collezione di oggetti e strumenti relativi alle attività agro-pastorali, all’artigianato e alle pratiche domestiche degli abitanti, documenta il patrimonio della cultura materiale di un’area del Sub-Appennino Dauno, dall’Ottocento alla fine della prima metà del Novecento. La sua stessa denominazione rimanda alla corrispondenza tra gli strumenti della vita quotidiana e il loro uso nel tempo, come anche tra l’oggetto e i suoi saperi impliciti e,
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Un omaggio alla bellezza della vita nei campi e alle tradizioni di un passato non troppo lontano, che prende forma nell’affascinante collezione di utensili e oggetti d’uso quotidiano.




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Museo della Civiltà
Contadina e delle Tradizioni
Popolari
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SALE:
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quindi, ai suoi contenuti culturali immateriali.
Ospitata nei locali dell’Edificio scolastico e in attesa di ambienti più ampi che consentano percorsi narrativi più coinvolgenti, la raccolta risale alla fine degli anni Settanta-inizi Ottanta e proviene in gran parte da donazioni, distribuite in cinque sezioni tematiche: Agricoltura, Casa contadina, Religiosità e rituali, Mezzi di trasporto, Arti e mestieri.




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Informazioni
utili
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Comune di Motta Montecorvino


Museo della Civiltà Contadina
e delle Tradizioni Popolari
## Tour ### Description tour.description = Un omaggio alla bellezza della vita nei campi e alle tradizioni di un passato non troppo lontano... ### Title tour.name = Museo della Civiltà Contadina e delle Tradizioni Popolari