Il Museo della Civiltà Contadina di Motta Montecorvino

La storia del Museo

Il Museo della Civiltà Contadina e delle Tradizioni Popolari nasce con l’obiettivo di conservare e valorizzare la memoria storica e culturale di Motta Montecorvino. Attraverso il recupero di oggetti della vita quotidiana, strumenti di lavoro agricolo, testimonianze fotografiche e documenti storici, il museo racconta la vita delle comunità rurali che hanno abitato questo territorio.

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COSA VEDERE

Strumenti della civiltà contadina

Oggetti legati alla vita domestica

Materiali legati ai riti e alle tradizioni popolari

GLI ELEMENTI RICREATI IN 3D

Strumenti della civiltà contadina

Oggetti legati alla vita domestica

Materiali legati ai riti e alle tradizioni popolari

Documenti e fotografie storiche

Strumenti della civiltà contadina

Oggetti legati alla vita domestica

Materiali legati ai riti e alle tradizioni popolari

Documenti e fotografie storiche

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UN MUSEO VIVO, TRA EVENTI E TRADIZIONI

Il museo non è un luogo statico, ma uno spazio vivo che ospita eventi culturali, mostre tematiche, rievocazioni storiche e iniziative dedicate alla riscoperta delle tradizioni locali. Un esempio emblematico è l’evento “Museo ed oltre”, che unisce cultura, musica, enogastronomia e memoria popolare.

LE SALE
DEL MUSEO

Il Museo della Civiltà contadina e delle Tradizioni popolari di Motta Montecorvino, attraverso la sua ricca collezione di oggetti e strumenti relativi alle attività agro-pastorali, all’artigianato e alle pratiche domestiche degli abitanti, documenta il patrimonio della cultura materiale di un’area del Sub-Appennino Dauno, dall’Ottocento alla fine della prima metà del Novecento. La sua stessa denominazione rimanda alla corrispondenza tra gli strumenti della vita quotidiana e il loro uso nel tempo, come anche tra l’oggetto e i suoi saperi impliciti e, quindi, ai suoi contenuti culturali immateriali. Ospitata nei locali dell’Edificio scolastico e in attesa di ambienti più ampi che consentano percorsi narrativi più coinvolgenti, la raccolta risale alla fine degli anni Settanta-inizi Ottanta e proviene in gran parte da donazioni, distribuite in cinque sezioni tematiche: Agricoltura, Casa contadina, Religiosità e rituali, Mezzi di trasporto, Arti e mestieri.

La sezione Agricoltura è il nucleo della civiltà contadina. 

Il racconto inizia con l’antico aratro ligneo dell’Ottocento, separato dagli altri attrezzi per il suo valore di testimonianza storica primaria, quindi prosegue con quelli in ferro, segno di una lenta modernizzazione delle tecniche agricole.

Sospeso al soffitto da fili invisibili, un poderoso giogo, u juovë, in legno con elementi in metallo, domina lo spazio espositivo, suggerendo vitalità. Sollevato da terra, restituisce il passo forte e cadenzato dei buoi, il solco tracciato dall’aratro e i movimenti delle mani dell’uomo, che impugnano l’attrezzo e orientano gli animali.

Un muretto a secco, costruito da Francesco Lepore, classe 1938, diventa simbolicamente il margine visivo del campo arato, rimandando anche alla sua funzione pratica di confine. Sulle pietre sovrapposte sono appoggiati gli strumenti della semina e della mietitura, quasi in attesa di essere usati: il sacchetto triangolare della semenza da spargere a mano, u sumëntatùr, le falci, i faucë, con la lama ricurva, i cannelli, i canniéll, per la protezione delle mani.

Sul pavimento, si possono osservare i manufatti della trebbiatura: a ramér, con la parte superiore in legno e la base in ferro bucherellata, che staccava la spiga dallo stelo, e la pesante macina in pietra scalpellata, u tùf, trascinata dagli animali sull’aia in giri continui sopra le spighe, per il distacco dei chicchi.

I crivelli per il frumento, i cërnëtùr, dalla cornice in legno e fondo metallico, di cui uno appeso con le corde a tre pali, legati al vertice, riportano alla fase della pulitura del raccolto attraverso la setacciatura, che separava il grano dalla pula, dopo la ventilazione con la pala. In una fotografia, un giovane Giovanni Barbato, classe 1954, dimostra il movimento impresso all’attrezzo.

Sulla parete opposta, sono esposti zappe e bidenti, strumenti quotidiani e indispensabili per smuovere il terreno e liberarlo dalle erbacce; la varietà di forme testimonia l’adattamento ai diversi tipi di suolo e coltura.

Due singolari attrezzi rurali, i spërtùn, realizzati artigianalmente, attirano l’attenzione. Sono costituiti da due traverse di legno parallele, sulle quali s’innestano rami ricurvi di salice, trattenuti sulla sommità da uno più robusto. La loro funzione è attestata con una fotografia, dove si vede il coltivatore Michele Boccamazzo, classe 1924, procedere a piedi con questi manufatti, legati da una parte e dall’altra al basto del mulo; normalmente, essi erano usati per il trasporto dei covoni di grano verso l’aia.

Su un’altra parete, bilance, stadere e mezzetti ricordano che l’agricoltura era anche misura e scambio, per cui il grano, il mais o i legumi, una volta pesati e misurati, acquistavano valore economico.

Sulla parete frontale all’ingresso, al di sotto della prima insegna del Museo, un manifesto ne documenta l’inaugurazione, avvenuta nel !990, con accanto un’istantanea del suo fondatore, Pasquale Gramegna, studioso di storia locale.

Nel percorso del Museo, la casa contadina segue un criterio espositivo diverso dalle altre sezioni: non una semplice esposizione di oggetti, ma uno spazio ricostruito nella sua unità originaria.

In questo modo, il Museo restituisce l’organizzazione concreta della vita familiare con le sue relazioni e i gesti di ogni giorno, trasformati in storia collettiva, in cui la comunità si riconosce.

Preparazione del pane, cottura del cibo, riposo notturno, filatura, cucito, ricamo, allevamento dei pulcini e semplici lavori maschili venivano svolti lì dove, durante le serate invernali, ci si riuniva con parenti e vicini di casa intorno al focolare, per cuocere il cibo, per riscaldarsi e narrare storie.

Gli oggetti, nell’insieme, non sono in mostra, sembrano invece essere in attesa, pronti per essere usati:

la tinozza  e la tavola per lavare, a strëculatòr, con il pezzo di sapone ottenuto con olio, grasso di maiale e potassa, per un bucato di piccole dimensioni; il cavalletto, u varrëllàr, con i barili per l’acqua nell’angolo vicino alla porta; la madia con gli utensili per la panificazione: cesti, supporto per setacciare la farina, u cèrnafarìn, setaccio, a sétë, marchio del pane, il tavoliere per cavatelli, orecchiette, lagane e struncucc; il camino con il paiolo appeso alla catenella per cuocere pancotto, verdura selvatica, polenta; il tegame di terracotta, a tièll, sul trepiedi; la pignata intorno al fuoco piena di fagioli o ceci; la buffetta; la piattaia, u scudëllàr, per appendere piatti e boccali in ceramica pugliese; lo scanno per sedersi vicino alla brace; la naca col neonato in fasce cullato dalla donna anziana della famiglia. Più in là, il girello di legno per i primi passi e i giochi, costruiti da un nonno o dal padre; il letto alto, sovrastato da un’immagine sacra, sotto il quale non era raro vedere galline razzolare; lo scaldaletto, il vaso da notte nella colonnetta e il bacile di ferro bianco, per lavarsi le mani e il viso.

Sospesa al soffitto, è presente una pertica, alla quale sono appesi ad asciugare salsicce, soppressate, pezze di formaggio di pecora, piennoli di pomodori rossi e gialli e mazzetti di erbe aromatiche.

Sul comò, spiccano la campana di vetro con un santo o con la Madonna dell’Incoronata di Foggia e le fotografie dei propri ascendenti.

Immancabile la cassa del corredo nuziale, dove conservare la biancheria: lenzuola, tovaglie e asciugamani con monogramma, che le ragazze sin da piccole imparavano a ricamare, come dote per il futuro matrimonio. Alla fine del percorso, sono esposti tre abiti femminili in pura seta, appartenuti a Maria Giuseppa Clemente, classe 1857, e a Maria Teresa Petitti, classe 1893. I tre capi, uno da passeggio e due da sposa con volant, balze e veletta, accessoriati di borsetta in tessuto e cappello, come pure due vesti battesimali con cuffiette, offrono una lettura storico-comparativa.

Il ritorno al criterio tipologico, per mancanza di ulteriore spazio, riguarda lo stipo con le ceramiche: vasetti per la composta di salsiccia sotto sugna e per la conserva di pomodoro, piatti e tazze.

Una collocazione, al momento marginale, è quella di due strumenti: un’antica macchina per cucire e una chitarra battente.  

Oltre al Presepe degli anni Quaranta, nella sezione Religiosità e rituali è presente una verga processionale, a vérëk, addobbata di fazzoletti colorati, che pur facendo parte del proprio corredo nuziale, una volta le donne di Motta offrivano alla Madonna dell’Arco, per una supplica o una grazia ricevuta. In una comunità agricola, dove la vita dipendeva dai cicli naturali, innalzare un’asta verso il cielo era un gesto di affidamento.

La tradizione secolare delle verghe che poi, l’indomani, ondeggiano anche davanti al Santo patrono Giovanni Battista durante la processione verso Monte Sambuco, a memoria del miracolo della pioggia del 1901, si rinnova il cinque maggio di ogni anno.

Dal punto di vista materiale, la verga è formata da un ramo di carpino, tagliato e scortecciato molto tempo prima delle due ricorrenze religiose Essa viene allestita secondo la tecnica antica delle fasce dei neonati che, man mano che vengono arrotolate intorno al fusto, trattengono il fazzoletto da un angolo. All’estremità superiore, un altro ramo più sottile, ornato di fiori di carta e lunghi nastri, viene incastrato nella parte terminale, per farne aumentare l’altezza, che con i suoi 11-12 m, sembra voler stabilire un legame tra terra e cielo. Carica di significati simbolici, la verga rimanda a riti arcaici legati alle celebrazioni del risveglio della natura, come attestato dagli studiosi in molte culture.

Nel Museo, Presepe e verga rappresentano due espressioni diverse della stessa religiosità popolare, familiare l’una e comunitaria l’altra, entrambe integrate nella struttura sociale rurale.

La troccola, in dialetto troccël, invece era legata ai riti della Settimana Santa, quando col suo suono secco e stridente annunciava, lungo le strade del paese, l’inizio delle funzioni liturgiche. L’oggetto suonava quando la tavoletta che lo costituisce veniva percossa da due pezzi di legno, fissati da una parte e dall’altra dell’impugnatura.

L’immagine di S. Antonio, il santo dei poveri e delle cose smarrite, presente in quasi tutte le case contadine sotto forma di quadro vicino al letto, comunica il rito dei fuochi che si accendevano la notte del 13 giugno e intorno ai quali si recitavano preghiere per ottenere protezione, con un linguaggio simbolico che univa fede cristiana e substrati rituali più antichi. Al Santo è legata anche l’usanza di vestire il bambino con il saio, da munachiëll, per una guarigione o uno scampato pericolo.

Lo spazio espositivo della sezione è completato da un tabernacolo, immagini sacre, santini, messali, formati ridotti della Bibbia e libretti di devozione.

È una sezione importante del Museo, dove s’impone il traìno, u traìn, mezzo rurale a trazione animale, legato ai cicli produttivi del grano e delle altre colture tradizionali.

Il contadino, insieme con le merci e gli attrezzi vi trasportava l’intera famiglia dal paese alla masseria, data la diffusione della conduzione diretta su appezzamenti di terreno, sparsi in contrade diverse del frazionato agro comunale. In questo senso, il traìno rappresentava la dimensione comunitaria del lavoro agricolo, per cui nel silenzio museale, sebbene sia soffocato dalla inadeguatezza dell’ambiente, sembra voglia uscire dallo spazio espositivo, per trasportare nuovamente cose, voci, gesti, relazioni.

In legno di quercia, olmo o noce e ferro, il carro dalle grandi ruote ferrate con cerchioni, adatte a percorrere campi e strade fangose e piene di buchi, era opera di un articolato lavoro artigianale di falegnami e fabbri.

Questo traìno di fine Ottocento, importante per il suo valore storico, funzionale e simbolico ha determinato l’intitolazione della sezione al suo proprietario Giovanni De Matteis, classe 1912, che l’aveva ereditato dal padre Nicola, classe 1887, il cui nome è inciso sulle stanghe del mezzo, alle quali veniva aggiogato l’animale.

Insieme, sono stati donati anche tutta la dotazione rurale, recuperata dalla masseria San Paolo: arnesi e finimenti per animali e un elegante calesse, u sciarabbà, a due posti, appartenuto allo zio Pietro, classe 1890, medico nel bellunese. Il mezzo s’inserisce nella narrazione agricola, perché durante la Seconda guerra mondiale fu utilizzato come mezzo di trasporto di masserizie, quando la famiglia dovette sfollare in campagna, a causa dell’occupazione tedesca di Motta e dell’arrivo degli Anglo-Americani.

Nella sezione, trova posto anche la treggia, a traglië, un antico e rozzo mezzo di trasporto, appartenente alla fase del raccolto. Priva di ruote, scivolava come una slitta sulle stoppie collinari, per il trasporto dei covoni dal campo all’aia. Era formata da due elementi principali: due stanghe di quercia e un piano di carico, protetto anteriormente e lateralmente da tavole, con funzione di sponde.

Nell’angolo, un asino, u ciucc, in cartapesta con il basto, a vard, la grossa sella in legno, cuoio e cordame e la bisaccia, a vusazz, sulla groppa, è pronto ad allontanarsi dalla mangiatoia per andare lungo il tratturo.

Alle pareti sono esposti collari, briglie, catene, corde, ferri di cavallo; sul pavimento, la tosatrice per equini e i marchi a fuoco per segnare il bestiame.

Prima di accedere alla sezione successiva, attrezzi e arnesi per l’uccisione del maiale comunicano un altro fondamentale ciclo produttivo, in un’economia di sussistenza.

Il mondo pastorale ebbe grande attenzione già durante la fase di allestimento del Museo, sia per l’importanza che l’allevamento ovino ha avuto nell’economia locale sia per il passaggio delle greggi transumanti nel centro abitato, due volte l’anno, essendo Motta attraversata dal Regio Tratturo Lucera-Castel di Sangro.

Un vasto repertorio di manufatti, corredati da immagini e pannelli, testimoniano la secolare pratica della pastorizia, tra il Tavoliere e l’Abruzzo. Il paiolo appeso con il sistema dei tre pali legati al vertice e il banchetto a punta per la lavorazione del formaggio, dotato di un’apertura che permetteva il passaggio del siero, parlano della transumanza, così pure altri oggetti, quali fiscelle, i frusceèll, collari, campanacci, cucchiai, mestoli, bastoni intagliati, prodotti dallo stesso pastore durante le ore di pascolo delle pecore.

Sul pavimento sono poggiati tre magli, percussori efficaci per piantare i pali dello stazzo e su uno scanno, u scannël, una serie di flauti di canna e una tacca, formata da due sezioni combacianti con incisioni, corrispondenti ad una unità di misura del latte, concordata tra pastore e contadino.

Pannelli esplicativi definiscono il Tratturo, la larga via erbosa che collegava i pascoli invernali della Capitanata con quelli estivi dell’Appennino abruzzese-molisano.

Nel suo tracciato, attraversava anche il centro abitato di Motta Montecorvino, inserendolo in una rete di scambio culturale, attiva da secoli.

L’artigianato è rappresentato dal banco del falegname con seghe, pialla, martello e attrezzi per ogni specifico lavoro; dal banchetto del calzolaio con forme di legno, chiodi semenza, pezzi di cuoio e macchina per cucire; dai vari arnesi, in ferro, del fabbro; dagli strumenti per il taglio della legna: sega, segone, accetta, ascia, scure, roncola, mola con manovella per affilare le lame; dagli oggetti di salice intrecciati a mano: cestoni  i cëstùn, ceste i cést, cestini i cëstill, e panieri i panàr, manufatti di uso quotidiano di un’arte antichissima, praticata dal contadino che conosceva il territorio.

Botti, tini, damigiane, pompe per il verderame e una pigiatrice in legno, a vinaròl,parlano della viticoltura domestica, limitata al fabbisogno familiare, ma è il torchio a imporsi come oggetto-simbolo del ciclo del vino, quando ormai l’uva è diventata vino, dopo un lungo percorso: vendemmia, pigiatura, fermentazione, pressatura e conservazione. La fotografia del contadino Pasquale Ferro, mentre aziona la vite del torchio, restituisce il gesto tecnico che l’oggetto, da solo, non può più esprimere.

Prima di uscire dal Museo, la lapide delle “Inique sanzioni”, oggetti delle due guerre mondiali e alcune istantanee di soldati caduti o dispersi accennano a una futura sezione storica, i cui documenti sono conservati nell’archivio del Museo.